Emilia Hazelip

Emilia Hazelip

"Sono un’agricoltrice che vive in Francia e che ha avuto una formazione in agricoltura biologica in California, agli inizi degli anni 60.

Lavoravo e tutti i lavori che facevo mi ricordavano la terra bruciata e maltrattata che avevo visto in Castiglia quando ero piccola.

Mi sono interessata al lavoro di Fukuoka nel 1978, quando ho letto il suo libro “la rivoluzione del filo di paglia”.

Il suo lavoro era la prova viva che la mia intuizione era valida: voglio dire che la lavorazione della terra non è necessaria." Emilia Hazelip


 

Articolo pubblicato su D&D il giornale delle ostetriche n° 39
di Marilia Zappalà

Emilia Hazelip era una donna bellissima. Capelli brizzolati le illuminavano il viso con una luce di metallo morbido. Pelle brunita dal sole, braccia muscolose e mani forti, ma femminili e delicatissime nel toccare le giovani piantine. Mani a contatto continuo con la terra.

La terra era il suo lavoro, la sua vita, il suo sogno, e più ne comprendeva i segreti, più ne era invasa di meraviglia. E come tutte le persone capaci di meravigliarsi, Emilia era giovane, una ragazza di 65 anni. Emilia è morta improvvisamente, nella notte fra il 1° e il 2° febbraio, momento che secondo il calendario celtico corrisponde allo stato di massima apertura della Terra, al suo risveglio.

Anche in questo passaggio, viene da pensare, era estremamente in sintonia con il suo Elemento.

Ha lasciato dietro di sé un'agenda di impegni e centinaia di allievi-amici scioccati dalla sua scomparsa, ma determinati a portare avanti il suo nome un lavoro destinato a incidere positivamente nel terzo millennio: un messaggio di collaborazione, di sinergia con la Terra, una via d'uscita dalla logica dello sfruttamento e del controllo delle risorse naturali.

Proprio “agricoltura sinergica” era il metodo di coltivazione da lei elaborato in anni e anni di esperienze, di ricerche, di osservazione. Un metodo che a me, allieva in un suo corso di una settimana l'estate passata, sebbene priva di ogni nozione di agricoltura, era risultato estremamente comprensibile e logico. Probabilmente perché si, ero digiuna di agricoltura, ma da anni calata in una visione della Nascita che ha tantissimo in comune con la sua visione della Terra. Mi servivo continuamente stimolata a riflettere sulle relazioni fra i due soggetti, via via che Emilia andava argomentando come con la “sola” conoscenza di cosa si svolge al di sotto del livello del suolo, ed evitando di interrompere e di interferire con quel flusso vitale, sia possibile ottenere raccolti mediamente più abbondanti di quelli ottenuti con metodi convenzionali, allevare piante sane che non hanno bisogno di interventi chimici e mettere in moto una serie di azioni positive, capaci nel tempo di invertire la rotta dei suoli coltivati verso la sterilità.

E lei ne sapeva veramente tanto di cosa avviene sotto il livello del suolo:descriveva tutto un brulichio di vita, i movimenti instancabili di tipi e tipi di lombrichi, diversissimi fra loro a seconda del livello di profondità in cui si muovono, in continua relazione con le radici delle piante, al lavoro giorno e notte per facilitare reazioni fra queste, i minerali, gli zuccheri,i funghi. E parlando in spagnolo, una lingua per me straniera, che però mi risultava in quel momento il linguaggio più comunicativo che avessi mai udito, ci trasmetteva non solo conoscenze, ma nuove attitudini della mente, ci invitava metaforicamente a sviluppare una vista sotterranea, ad inchinarci e accostare l'orecchio alla terra per ascoltare e comprendere tutto quel flusso di vita. E a me veniva in mente la poesia do Wendel Berry: “...vai col tuo amore nei campi... posa il capo sul suo grembo e vota fedeltà alle cose più vicine alla tua mente”, e pensavo allo stetoscopio delle ostretriche...

Ne sapeva veramente tanto Emilia Hazelip, delle relazioni fra sole, acqua, terra e vento, e fra loro e i miliardi microrganismi che sotto il suolo collaborano alla vegetazione delle piante , e alla nostra nutrizione, utili sia come organismi viventi che come particelle di una massa di cadaveri capace di fissare nella terra l'energia solare. E ascoltando di tutti questi movimenti microscopici, io pensavo alle centinaia di cellule che si parlano nel corpo umano e che sono capaci “da sole” di mettersi d'accordo per costruire un nuovo essere; pensavo agli ormoni, sapientissime sostanze che puntualmente intervengono ad aiutare l'annidamento dell'ovulo nel terreno femminile, a scatenare il parto, ad aprire i rubinetti della nutrizione, a favorire la relazione d'amore fra mamma e bambino subito dopo la nascita.

L'insegnamento di Emilia, per me, ha significato insieme sintesi di tutte le cose apprese nel tempo dalle mie maestre ostetriche e sviluppo del loro pensiero verso una dimensione più ampia, dove è possibile sentirsi parte integrante di un insieme armonico di fenomeni e di relazioni. Durante il suo corso “ho visto - come ha scritto recentemente uno dei suoi amici italiani – la mia visuale ribaltarsi e riempirsi d'amore, di rispetto e di cortesia verso la Madre Terra”.

Infatti erano questi i sentimenti che Emilia Hazelip trasmetteva, col suo modo di contagiare, più che di impartire lezioni. Contagiava il rispetto per la terra, con un significato attivo e attivante verso la conoscenza e l'osservazione, verso la capacità e la voglia di sperimentare continuamente in prima persona tutto ciò che avviene nel regno dell'agricoltura: perché per lei ogni sito, ogni pianta, ogni esposizione, ogni ambiente, sono unici ed è proprio da questa unicità che nasce la ricchezza e l'abbondanza della natura e la risorsa della salute. E anche qui, come non stabilire paralleli fra il suo approccio e quello dell'ostetricia naturale?

Contagiava cortesia verso la terra, proprio nel senso classico del termine: cortesia nel senso di cadere il passo, di ascoltare prima di parlare, di intervenire solo dopo aver veramente compreso, di mostrare umiltà verso chi ne sa più do noi. E la Terra, questo era il messaggio ripetutamente sotteso alle parole di Emilia, ne sa molto più di noi. Ne sa più di noi perché è antica, ne sa più di noi perché lei è il tutto, ne sa più di noi perché sue sono le leggi naturali. E perché riconosce il nostro potere ed è sempre in relazione col nostro operato, cosa di cui noi non siamo coscienti.

Mi piaceva molto, per capire questo concetto , la storia delle piante pioniere , cioè quelle “erbacce” che hanno radici difficilissime da eliminare dal terreno, quelle che dal nostro punto di vista vanno sterminate se vogliamo coltivare (e giù diserbanti e veleni chimici) e che dal “loro”, invece, obbediscono semplicemente a un comando della natura: andate e colonizzate i suoli impoveriti, erosi e traumatizzati, riportatevi le radici della vita. Comando a cui non possono sottrarsi finché noi non smettiamo di traumatizzare i suoli. In questa prospettiva il conflitto atavico fra Uomo e Natura mi è apparso datato, e sanabile con il semplice esercizio dell'ascolto e della cortesia verso la Terra.

Come tante volte, pensando alla ostreticia naturale avevo sognato che la tecnologia venisse utilizzata solo come supporto per promuovere una visione femminile del parto. Una visione antica, cioè preesistente al vizio pesare, misurare, controllare, e capace di acquisire sapere stando in contatto. E anche Emilia era una donna antica, antica come solo i moderni sanno essere, perché affiancava alla conoscenza approfondita della più aggiornata microbiologia del suolo e fisica degli elementi, un'attitudine da raccoglitrice che, capace di riconoscere in ogni frutto spontaneo della terra il potere di trasformarsi in cibo, nulla scarta e tutto valorizza. Trasformare in energia tutto ciò che viene dalla terra e restituirle in pari misura ciò che si raccoglie era un altro dei compiti che Emilia Hazelip sentiva suoi.

In una visione più complessa dell'agricoltura che voleva mostrare al mondo, la permacultura, nulla va sprecato, si utilizzano solo fonti di energia rinnovabile e anche l'acqua sporca viene depurata tramite le piante e riciclata, cosi come il letame, animale e umano, che può essere trasformato in bio-gas. Non esistono rifiuti perché ogni cosa si decompone e si trasforma in humus.

Nell'orto le piante vengono raccolte senza estirpare le radici, le foglia secche vengono lasciate sul suolo. Le stesse piante restano nella terra per tutto il loro ciclo vitale, piante vecchie e piante giovani condividono lo spazio insieme a piante di famiglie diverse, creando un ambiente vario e ricco di biodiversità e facendo dell'orto, non un lavoro ripetitivo, ma un sistema in continua evoluzione. Foglie secche, paglia e altri residui vegetali vengono usati per tenere sempre coperto il terreno sotto le piante, permettendo di seminare in superficie senza traumatizzare il suolo.

Con tutte queste “cortesie” che trasformano il duro lavoro agricolo in una piacevole arte, si pareggia il bilancio energetico: si restituisce alla terra più di quanto le si prende e se ne ottiene in cambio la sua salute, frutti buoni e abbondanti e un'autofertilità in costante crescita. Arte del coltivare e arte del far nascere, ancora una cosa in comune: la capacità di vigilare amorevolmente, lasciando che avvenga il processo creativo, osservando e favorendo senza interferire. Arte che nasce da una visione della vita al femminile, come femminile è la sostenibilità, la pace e la potenza generativa.

Riallacciandosi col suo sapere moderno all'antica maieutica delle custodi dei frutti della Terra, Emilia Hazelip ha riportato nel nostro tempo il patto originario di alleanza fra natura ed esseri umani, guidandoci alla riconquista del nostro ruolo di Ponte fra natura e arte. Per questo i semi della conoscenza che ci ha trasmesso, sono destinati a germogliare ancora, uno dopo l'altro, come in un orto sinergico in continua evoluzione.

Emilia Hazelip, agricoltrice spagnola, era insegnante di “Agricoltura Sinergica” e “Permacultura”. Uno dei suoi allievi ha scritto: “Come un'allegra sacerdotessa Emilia ci ha trasmesso una serie di regole per sentire il ritmo della terra, quello più profondo e difficile da sentire, in modo che potessimo sintonizzarci”.